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Terra di magia

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"La Lucania è quella regione posta dalla parte della stella "Lucifero"e i suoi abitanti vennero a dirsi Lucani, cioè "abitanti delle terre orientali" dopo aver vinto la famosa battaglia contro i Turii nel 390 A.C. e dopo essersi scontrati con vecchi e nuovi coloni. Ma la Lucania è anche il luogo in cui il fiume della storia ha dovuto adattarsi ad un territorio tormentato,desolato,di nude argille,che smottano,franano e vanno al mare. Era il regno incontrastato del grano e della più dura fatica contadina.

Fu un vignaiuolo a far scrivere sul battente della sua porta <<chiunque abita in questa casetta si ricordi che è fortunato perchè io ho trovato due soldi affumicati dentro la camera del focolare>>.La Lucania è questo urlo lacerante di chi testimonia la propria presenza e il proprio modo di essere e di adattarsi al mondo, ma è anche l’alitare sommerso di uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare la loro terra. E’ quel filo sottile, fatto di memoria che li riporta al vecchio sentiero che tiene avanti il mare e una finestra grande per l’amore.

La Lucania è l’America lontana dei padri sui piroscafi che notte e giorno aravano il mare. La Lucania è questo fuoco perennemente acceso in riva ad un fiume, e l’addio alle distese di ginestre, alle spalle larghe dei boschi che rompono la faccia azzurra del cielo. La Lucania è la sua musica, capace di sbatterci in faccia la sua unicità, la sua rabbia, la sua gioia, con le sue formule pure e complesse musica fatta di sudore di dolore e di felicità.

E’ musica fatta con i cubba-cubba, strumento ancestrale che scuote le viscere e che fa pulsare il sangue nelle vene, con la zampogna soffiata nella pelle della capra e col tamburo battendo la pelle del tenero coniglio. Il tutto legato alla ricerca musicale che Pietro Cirillo, leader del gruppo, svolge fin da bambino tra le mura domestiche, a Tricarico (egli ha mosso qui i suoi primi passi, sulla stessa terra che vide nascere ed ebbe la fortuna di essere amministrata da Rocco Scotellaro, poeta, martire e profeta lucano). La ricerca musicale di Pietro cresce e matura nel tempo, fino a farlo incontrare con Antonio Infantino, che, appassionato e mai stanco ricercatore, limpido musicista, studioso anch’egli di se stesso attraverso la sua lucanità, diverrà suo maestro e riferimento.

E’ questo il solco che i Tarumba vogliono percorrere, indagando l’incidere del tempo delle sonorità lucane, dalle tarantelle ai campanacci degli animali, dalle ninna-nanne al semplice rumore del vento, ad una strofa che si ripete ossessiva e sempre uguale nelle serenate di Carnevale a Tricarico.

I Tarumba rendono in musica le tracce di un mondo recondito che non riusciamo a ricordare, quelle atmosfere che ci è difficile afferrare restituendoci quelle emozioni che non siamo più capaci di assaporare.

Questo lavoro è da considerarsi, non solo una ricerca musicale che analizza in chiave mai retorica le proprie origini, ma una testimonianza sincera ed appassionata dell’esperienza di un mondo arcaico che ancora pulsa nelle vene di tutti noi attraverso le arterie della memoria.

Memoria che sempre ci riporta uomini indaffarati, attoniti e disattenti al canto accorto della Madre che culla ogni suo figlio stretto tra le braccia forti della nuda terra."

Luciano Zasa

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